ANDREA FRANCHI, “TANZ”

di Michelangelo Bontempi. Tanz, il nuovo disco di Andrea Franchi, è un disco interessante sotto vari punti di vista. Innanzitutto perché ricorda che l’espressione di una poetica “cantautorale” può avvenire anche solo attraverso la musica (tre dei nove brani sono strumentali). Musica ben scritta, si intende. Ed è una lezione che fatica ad essere capita da pretenziosi e logorroici cantautori, persi a perfezionare i loro dodici accordi alla chitarra e a raccontare luoghi già meglio percorsi.

Ma è interessante anche perché la parola, quando Franchi la usa, è una parola pensata, pesata e suonata, che può avere uno scopo semantico o anche solo retorico, e funzionare ugualmente. Come dire che parole e la voce sono solo uno strumento, quasi una parte dell’arrangiamento, ma quando è necessario diventano protagoniste, e allora scolpiscono versi di una bellezza semplice e ficcante,  che si lasciano rimuginare, ricantare. E lì la canzone si spoglia di arrangiamenti complessi, ritrova la forma della ballata e si inchina ai cantautori classici (“Conquistata sconfitta”, “Immigrazioni”), o ai riferimenti più vicini, come Paolo Benvegnù, con cui Franchi collabora da tempo come autore e arrangiatore (“Doppio delitto”).

È interessante, inoltre, perché Andrea Franchi si muove su  due sentieri, uno quasi interiore e che viene fuori soprattutto nei brani strumentali, o dalle riflessioni un po’ estetizzanti  di “Zucchero nero” e “Guarigioni“, o anche di “Doppio delitto”, un altro più “pubblico”, fortemente connesso con la storia e la realtà, come in “Occhio ragazzi” che ci porta tra le strade di Prato e Firenze degli anni Ottanta, quando il boom economico obbligò a “disabituarsi alla fatica” e a identificare come “mostro” il serial killer delle colline di Firenze, mentre altre mostruose trasformazioni avvenivano a livello sociale e politico, o come nella già citata “Immigrazioni” in cui si sofferma a pensare che “oggi la divinità è alcol nello stomaco… destinare il proprio tempo a un’ingordigia orribile… gli occhi odiano la storia”. Canzoni belle, che hanno il raro dono dell’autenticità.

La produzione dell’album, come sempre più spesso avviene, è stata affidata al crowdfunding, ma ha anche trovato un’etichetta intelligente come Stoutmusic pronta a crederci.

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