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OVUNQUE LA PROIETTI. L’intervista a Carlotta Proietti, gran “figlia di”

di ROMINA CIUFFA. La figlia di Proietti, è facile, dicono. Ma l’ho sentita cantare senza saperlo, senza vedere il padre, seduto, ad applaudirla. Vado in giro in modalità «talent scouting», e ho pensato di aver scoperto chi avrebbe potuto risollevare dalla banalità degli spettacoli propinati da troppo tempo a questa parte, dall’inutilità delle voci in circolazione strappate alla recitazione di mantra, dall’urlo della mia coscienza sulle lamentele degli «artisti». La Proietti sì, è figlia di Gigi. Ma allora, sarà per questo che è perfetta sul palco? Sarà per questo che ha un umorismo irrefrenabile? E che, come lui, a casa è pigra?

Non per il fatto che lui l’abbia potuta portare al Brancaccio o spingere, ma per il fatto genetico, scientifico, che il DNA non mente. D’altronde c’è anche una madre, Sagitta Alter. E d’altronde, mio padre è un giornalista.

MUSICA PIÙ CHE TEATRO. “Ho sempre cantato. Alle elementari – frequentavo la Kendale – c’era un’insegnante meravigliosa che ci faceva cantare ascoltare e suonare la musica più varia: da Benjamin Britten ai Beatles oltre che, per carità, Nella Vecchia Fattoria, che ha sempre la sua dignità… Affiancare musica per bambini a musica di livello rende più facile il percorso successivo. Ho cominciato ad avere una forte passione per i cori e le armonizzazioni, e mi divertivo in camera a farle su Alanis Morissette. A casa tra mia madre e mio padre il richiamo musicale è stato continuo, a partire dallo swing, e papà suonava pianoforte, chitarra, fisarmonica, persino il contrabbasso. Cantando nel coro della scuola e in chiesa, l’insegnante mi fece fare un brano di Pergolesi da solista e cominciai a prendere lezioni private di canto lirico: avevo 16 anni, feci esercizi di respirazione per due anni, e l’insegnante mi diede quell’impostazione da soprano leggero, nonostante io abbia una voce bassa. Poi ho cambiato direzione nello studio, e da questa impostazione lirica sono passata al «belting», contemporaneamente ho cominciato a fare serate nei locali, come veniva. Intanto lavoravo e studiavo Scienze della Comunicazione prima, il Dams dopo, per la mia grande passione della regia: c’era la musica a quel punto, ma c’era pure altro, quindi brancolavo. Le serate che facevo erano jazz e blues, ma non lo prendevo come lavoro”.

IL PRIMO ALBUM. “Nel 2003 è nato il mio primo album, Carlotta Proietti. Il mondo della discografia è ancora misterioso per me, niente ha il gusto del live e vorrei che fosse tutto così; anche se sono sempre stata estremamente timida, e le prime serate cantavo senza dire una parola di più”.

TEATRO.A teatro cominciai a lavorare come cantante. Poi accadde la mia «prima volta» con mio padre, in teatro ma sempre come cantante nel 2005, per il festeggiamento dei suoi 40 anni di carriera, un suo One Man Show che aveva chiamato Serata d’onore ma in cui aveva chiesto la partecipazione delle due figlie, me e la maggiore, Susanna, costumista, scenografa, pittrice e disegnatrice. Io faticavo a scegliere questa via, lui mi disse: «Vieni a cantare una canzone». Davanti ai 1.500 spettatori del Teatro Brancaccio. Cantavo Moon Dance di Van Morrison, nella versione di Michael Bublé, in duetto con mio padre, swing e grande orchestra. Da lì sono successe una serie di cose a catena. Mia sorella in quella situazione recitava, la compagnia era enorme, è stata un’esperienza incredibile. Da cosa nasce cosa: abbiamo fatto uno spettacolo al Sistina dove è venuto Nicola Piovani, che dopo avermi vista mi ha proposto di partecipare al suo spettacolo Semo o non semo, una serata di canzoni romane: un onore grandissimo. Spesso si pensa «figlia d’arte», ma questa è gente che non ti chiama se non pensa che hai le qualità, e Piovani mi ha cercata così. Ho lavorato con personaggi che per me sono mostri sacri. Ma sempre come cantante. Lo spettacolo ha avuto molte edizioni, e continua ad averne”.

 

FORMAZIONI E LIVE. “Quando mi ritrovavo a fare le serate dal vivo, comunque, era sempre diverso. Un conto è far parte di uno spettacolo strutturato, in cui sei più protetta, un’altro è gestire il locale, dove sei tu, nuda. Volevo farne un motivo di vita: il mio progetto era portare avanti serate-spettacolo sempre più strutturate, con pretesti con un senso che accompagni le canzoni, anche perché io stessa, da spettatrice, non amo sedermi ad ascoltare cantautori in una serata che è un continuum di canzoni. Ho formato vari gruppi, tra cui l’attuale Blatters. È una formazione di musicisti estremamente validi, un progetto ricco di suoni e inventiva. Con loro abbiamo portato avanti l’esperienza live ma cresceva sempre di più l’esigenza di unire teatro e musica”.

RECITAZIONE.Non volevo più scindere teatro e musica. Così sono andata a fare una scuola di teatro. Si potrebbe pensare che c’entri mio padre, ma in verità lui si era già già arreso, sapeva che volevo fare la cantante. È stata una mia scelta. Mi sono iscritta alla scuola di Paola Tiziana Cruciani, che allora dirigeva Il Cantiere Teatrale. Completata la scuola e con qualche nozione di recitazione in più, ho appreso che musica e teatro non sono affatto distanti come pensavo; quindi la realizzazione di un sogno. E’ nato Se non parlo canto, uno spettacolo con testi recitati e cantati che ho scritto e che mi permettono di poter cantare e recitare, con i Blatters al mio fianco. Da qui l’idea, o meglio il desiderio di registrare i brani, che usciranno a breve in un album nuovo. Recitare mi ha fatto conoscere molti splendidi autori, e provarmi in ruoli sia comici che drammatici, attualmente sono Beatrice in Much ado about nothing (Molto rumore per nulla) di Shakespeare, in lingua originale, che debutterà il 5 ottobre al Silvano Toti Globe Theatre di Roma. A novembre inizieranno le riprese di Una pallottola nel cuore 3, fiction Rai dove mio padre è protagonista, io faccio un piccolo ruolo. E così continuo, sempre.” (ROMINA CIUFFA)

 

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