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CRISTINA ZAVALLONI E IL SUO CANTO LIBERO. “SENZA RADICI NON SI VOLA”

intervista cristina zavalloni

di CRISTINA FEBBRAIO

Essere veramente in contatto con se stessi. Questa è la forza che ti fa andare in giro per il mondo”. Spirito libero, artista eclettica e ricca di risorse, Cristina Zavalloni prosegue il suo percorso all’insegna della sperimentazione. I suoi nuovi progetti sul palco dell’Auditorium Parco della Musica. Due diverse serate, due diversi motivi, ma un’unica protagonista: la musica.

Venerdì 2 novembre è andata in scena al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia la prima assoluta di O Supersong, nuovo progetto coprodotto da Fondazione I Teatri/Festival Aperto e Romaeuropa festival. Come è andata?

R: Molto bene, grazie! La prima assoluta anche per noi. Eravamo molto curiosi di capire cosa sarebbe successo. È uno spettacolo particolare: il duo piano-voce composto da me e da Fabrizio Pugliesi e tutto il lavoro dell’ensemble sui brani dei compositori. Ci siamo incontrati con la Mdi Ensemble per la prima volta sul palco, senza prove. Quindi l’idea vera e propria dello spettacolo messo insieme l’abbiamo avuta lì. Però mi sembra che la prima sia stata ottima per rompere il ghiaccio, c’è stato un bellissimo clima, tanta gente… è stato bello!

È un progetto molto particolare, diviso in due set come dicevi. Come è strutturato il concerto?

R: C’è una continua alternanza: un brano in duo con Fabrizio e un brano eseguito dall’ensemble, senza soluzione di continuità. Quindi c’è una proposizione di queste dieci canzoni scelte dai compositori: prima la nostra versione, quella mia e di Fabrizio, che è molto jazz, arrangiata a modo nostro, poi quella di ciascun compositore eseguita dall’ensemble che a volte è molto lontana dall’originale. Io con Fabrizio non ho corso rischi: il duo è abbastanza consolidato, abbiamo suonato insieme per vent’anni. Quindi la nostra è una versione abbastanza rodata!

Sempre con O SuperSong sarai a Roma, all’Auditorium Parco della Musica il 15 novembre, nell’ambito del Romaeuropa Festival. Oltre al palco cambierà anche l’ensemble di accompagnamento: a Reggio Emilia con Musica d’Insieme Ensemble, a Roma con Parco della Musica Contemporanea Ensemble. Questa sarà l’unica differenza? Cosa ti aspetti?

R: Mi dispiace un po’ per i ragazzi di Mdi Ensemble che hanno lavorato tantissimo al progetto in corso d’opera. Il cambio dell’ensemble è l’unica differenza sostanziale in realtà. Apporteremo delle piccole modifiche sui tempi e la scaletta e ci saranno dei cambiamenti nella gestione della serata. Per la prima mi era stato chiesto di non rompere l’attenzione, magari parlando con il pubblico, cosa che invece in un concerto jazz faccio continuamente. Adesso la produzione sta ripensando a un po’ di cose, ma la sostanza non cambierà. Ci saranno i normali miglioramenti di quando si rompe il ghiaccio e, dopo la verifica del palco, è possibile apportare delle migliorie che saranno sicuramente continue. Il set mio e di Fabrizo avrà vita autonoma, anche al di là di questo spettacolo. Alla fine è un’ora di musica e la nostra parte è tenuta abbastanza con il freno a mano tirato per stare dentro ai tempi, ma se avessimo un po’ più di margine sarebbe tranquillamente un concerto: se apri le strutture e improvvisi un po’ diventa un set perfetto di un’ora e cinque, più eventuali bis. Questo è quello che si fa nel jazz abitualmente.

O Supersong quindi ha un’organizzazione precisa, necessaria per far funzionare un concerto così elaborato e pieno di idee…

R: Tante idee! Se ci pensi: dieci compositori ognuno con la sua idea e la sua versione dei fatti; dieci pezzi diversi, ciascuno che apre una finestra su un mondo!

La tua voce protagonista anche di un altro progetto accolto e ospitato dall’Auditorium: Libero è il mio canto, un concerto dedicato alla musica delle donne deportate. Grazie al lavoro filologico di raccolta e trascrizione di ninne nanne, melodie popolari, incitazioni a resistere, nostalgia delle propria casa e del proprio paese, queste musiche sono tornate alla luce e verranno eseguite in prima assoluta a Roma il 16 gennaio. Cosa pensi di questo progetto?

R: Questo è un concerto realizzato in occasione della Giornata della Memoria ed è un appuntamento fisso dell’organizzazione che fa capo alla giornalista Viviana Kasam. Ho lavorato con loro l’anno scorso a Lugano per una ripresa di uno spettacolo e sono entrata in corsa in una produzione che già esisteva. Hanno deciso di coinvolgermi in Libero è il mio canto, produzione originale a cui sto partecipando dall’inizio. Il musicista italiano Francesco Lotoro è il perno di tutto il progetto e ha deciso di dedicare la sua vita intera a questa causa. Lotoro è dedito al ritrovamento di musiche scritte da persone in luoghi e in condizioni tali da non potere vedere la luce, musiche mai eseguite, cariche di un portato umano. Le composizioni in sé non hanno nulla di strano, sono estremamente fruibili e dirette al cuore. In questa eccezionale produzione abbiamo deciso di concentrarci solo sulla musica scritta da donne, sia come testo che come composizione; donne che magari erano a loro volta esecutrici, ma che poi non si sono mai esibite; donne di vari campi di concentramento, non solo nazisti. Varie sono le situazioni di deportazione, per questo si chiama musica concentrazionaria cioè scritta in condizioni di cattività in cui le donne, in questo caso, erano private della loro libertà. C’è un campione preciso per compilare la scaletta a cui stiamo ancora lavorando e che abbiamo deciso di comporre offrendo uno spaccato di varie situazioni: ci sono dei canti del ghetto ebraico di Roma, canti rom, canti in lingua tedesca e canti che sono diventati brani di repertorio della musica da camera del novecento per voce e piano forte. Questo crea una grande varietà a livello musicale e spero uno spettacolo molto fruibile e godibile. Poi ci sarà una voce narrante, ci sarà un coro, molti elementi che aiuteranno a entrare nell’atmosfera della commemorazione.

Uno spettacolo che porta alla luce musiche mai nate, non destinate a grandi palchi. Musica di sofferenza…

R: Sofferenza o reazione. A volte è anche un modo per reagire, a volte è un modo per dissacrare. L’umorismo ebraico è molto sottile e le loro musiche venivano commissionate per intrattenere i tedeschi all’interno dei campi di concentramento. Gli ebrei avevano nelle loro mani la cultura musicale: molti dei grandi musicisti, cantautori, compositori, cantanti, strumentisti, almeno nell’Europa di un certo livello musicale, erano ebrei. Sono stati individuati degli spazi nei campi di concentramento nazisti costruiti per creare musica, venivano forniti gli strumenti per fondare un’orchestra. Quasi tutti i tedeschi che se lo potevano permettere andavano lì a sentire musica, deportando tutti i musicisti avevano svuotato le sale da concerto, quindi in realtà era anche un modo per continuare a vivere. Alcuni musicisti sono riusciti a sopravvivere, ma spesso le loro musiche non sono uscite da lì perché erano state scritte su materiale di fortuna, di nascosto.

Non sei impegnata solo in questi progetti. Ancora attivissima la promozione del tuo ultimo lavoro discografico Special Moon, un album aperto a tutti i generi musicali, dal canto popolare agli standard jazz rivisitati, e interamente dedicato alla luna. Perché questa scelta? Cosa significa per te?

R: Abbiamo appena suonato al Comunale di Bologna con un ospite straordinario Jan Bang, musicista norvegese ed è stato molto bello! Quando ho realizzato questo progetto, nel marzo del 2017, l’obiettivo era parlare della sintonia, scoperta molto fisica, con l’astro femmineo per eccellenza: la luna. Regola le maree, i flussi del corpo delle donne che sono animali e che soprattutto quando mettono al mondo un figlio se ne rendono conto. Quando ho realizzato il disco avevo una bambina di tre anni, quindi c’era la distanza sufficiente per capire quello che era successo a livello oggettivo e poterlo mettere in musica. Volevo chiudere un ciclo e parlarne attraverso i suoni, facendo un lavoro monografico dedicato all’esperienza vissuta in tutti quegli anni per poi andare avanti e aprire nuove parentesi. Quindi, lo scrivo anche nelle note di copertina, mi sono resa conto che la luna è uno degli elementi fondanti dell’universo che nasce attraverso gli occhi di un bambino intento a capire cosa è il mondo, casa, mamma, papà. Per i miei primi quarant’anni la luna era stata carica di significati, ma con la nascita di mia figlia è diventata qualcosa di più oggettivo, un astro che col suo cangiare continuamente ha sul corpo di noi donne, che siamo direttamente in relazione con quel tipo di energia, un effetto di metamorfosi continua, ciclica, cadenzata. Siamo lunari nel senso che siamo sottoposte a sbalzi continui di umori, di ormoni perché siamo animali veramente connessi alla luna. Trovare questa sintonia è anche un bellissimo modo per darsi un ruolo molto più piccolo, per uscire da questo enorme valore che ognuno di noi si dà. Ritrovarsi animali terreni in balia degli eventi anche astrali, capaci di generare una vita che immediatamente dà una misura di quanto tutto torni ad essere radicato a terra, alle cose che contano che sono poche e sono semplici. Tutto questo mi ha animata nel realizzare questo album!

Cantante, compositrice, arrangiatrice e anche insegnante di canto jazz e improvvisazione al Saint Louis. Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

R: Prima del Saint Louis ho insegnato sporadicamente, in modo sistematico ho iniziato solo l’anno scorso. Un’ esperienza giovane e trovo che sia la più importante a questo punto della vita di un artista. Io ho iniziato veramente da giovane a fare questo mestiere. Ho intrapreso l’attività più conscia a 16 anni, poi a 18 ho avviato gli studi sistematici. Già cantavo, già lavoravo, già giravo, già guadagnavo quindi sono tanti anni di percorso e mi sembra doveroso mettere a disposizione delle generazioni più giovani l’esperienza accumulata. Perché 20 anni di attività musicale, così variegata in così tanti ambiti, creano un’esperienza unica. Mettere a disposizione tutto questo è un bellissimo modo per crescere, altrimenti si rischia di fermarsi e di non trovare più degli elementi che portino cambiamento e crescita. Quando ho messo al mondo mia figlia e ho iniziato seriamente a occuparmi di un’altra persona, mi è venuto il desiderio di condividere l’esperienza attraverso l’insegnamento. Certamente in due modi diversi, ma con lo stesso atteggiamento di chi si rende responsabile dell’altro, smettendo di essere allieva e diventando maestra. Penso che il passaggio a livello di consapevolezza sia importantissimo per crescere. Ciò detto insegnare è davvero complicato: ancora devo imparare, chiedo consigli a chi lo fa da più tempo di me, imparo da chi ho davanti. Però è importantissimo per me prima di tutto. Il modo in cui sto crescendo adesso è cambiato: cresco attraverso lo specchio. C’è una grande difficoltà dovuta al fatto che i ventenni di oggi appartengono ad una generazione lontana dalla mia, quindi il dialogo non è così scontato, molte cose sono a loro sconosciute. Il grande lavoro sta nel far conoscere loro le radici, senza le quali non si vola, e nel riportarli al tempo un po’ più lento dell’assimilazione e dell’umiltà di cui l’apprendimento necessita che la velocità a cui i giovani hanno accesso tende a togliere. Quindi c’è anche un compito generazionale che penso sia più complesso, un compito grande, molto grande.

Che consigli daresti ai giovani che investono nella musica e ambiscono ad ottenere successo internazionale?

R: Di non avere fretta. Lo dico ancora una volta: senza radici non si vola. E nello specifico alle mie colleghe e quindi alle cantanti di non dimenticare mai la chiave fondamentale che è la voce, lo strumento del corpo e dell’emozione. L’emozione in senso nobile, intesa come comunicazione di tutto quello che abbiamo dentro. Noi voci non possiamo esimerci da questo. Essere veramente in contatto con se stessi. Questa è la forza che ti fa andare in giro per il mondo. Bisogna ambire alle cose grandi e la forza per raggiungerle è dentro di noi. Nulla può prescindere dall’autenticità e il jazz a maggior ragione. I grandi jazzisti sono quelli riconoscibili dal primo suono, che inventano uno stile e che danno voce alla loro interiorità attraverso la musica.

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