FRANCESCO TASKAYALI, IL PIANISTA DELLA LUISS-GUIDO CARLI

FRANCESCO TASKAYALI. Studente Luiss di cui è testimonial, il suo cognome letteralmente significa pietra levigata, il suo secondo nome in lingua turca è Emre, e il suo viaggio è, con Nymann, Einaudi e Jarrett, su un pianoforte tra spartiti di umanità

A CURA DI GIOSETTA CIUFFA. Francesco Taskayali, classe 1991, compositore e pianista italiano, comincia a comporre musica per pianoforte a 13 anni. Ha re album all’attivo – Emre (2010), LeVent (2011), Flying (2014). Il suo talento, in grado di innestare, sullo studio di autori classici, stili moderni e contemporanei che vanno dal minimalismo di Ludovico Einaudi al jazz di Keith Jarrett, lo caratterizza per un eclettismo che sorprende anche la Orquesta Sinfónica Simón Bolívar de Venezuela il 9 maggio 2012, in occasione del Festival Europeo de Piano 2012, organizzato dalla rappresentanza dell’Unione Europea in Caracas a celebrazione della Giornata dell’Europa, e che determina la sua elezione ad unico rappresentante artistico della delegazione italiana. Per il riconosciuto valore artistico e culturale del suo impegno musicale, diventa testimonial della Luiss-Guido Carli: l’Ateneo acquista i diritti musicali e di immagine del compositore per lo spot Insieme si diventa. Alcuni dei suoi brani diventano colonna sonora del film documentario Ocho pasos adelante, proiettato a New York presso la ECOSOC Chamber delle Nazioni Unite in occasione della Giornata Mondiale 2014 per la Consapevolezza sull’Autismo.

Qual’è stata l’esperienza più coinvolgente che finora hai vissuto musicalmente? Uno dei più sentiti è stato a Caracas con l’Orchestra sinfonica di Dudamel: rappresentavo l’Italia con 4 giovani pianisti di altri Paesi europei.

Che ruolo ritieni possa avere la sperimentazione in musica? Per un compositore è fondamentale, oltre ad essere un esercizio di astrazione è anche e sopratutto tecnico. L’album su cui mi sono divertito di più è il secondo. dove ho cercato di prendere ispirazione dalla musica turca e dai balli tipici in 7/8. È stato mio padre, ingegnere e musicista turco, a trasmettermi questi ritmi, quando ero piccolo lo ascoltavo suonare il saz, strumento a corde tipico della nostra tradizione.

Perché il pianoforte? Ho iniziato a suonare a 7 anni su impulso di mio padre che ogni settimana mi portava a casa del maestro di piano, che ringrazio per avermi fatto giocare con la musica. Altrimenti, a 7 anni non avrei retto il «trauma».

Come descriveresti gli album finora composti e in preparazione? Il primo album Emre è stato composto tra i 13 e 18 anni, tecnicamente è semplice ma è molto diretto in stile colonna sonora. Il secondo, L’evento, è stato una ricerca, un tentativo di andare oltre i miei schemi; entrambi hanno molto di Istambul. Il terzo è una rivoluzione.

Ti sei ispirato a Nyman e Jarrett, Einaudi si è anche complimentato con te; quali libri e film ti hanno suscitato un processo creativo? Ultimamente ne sto leggendo a vagonate. Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek e Io sono Malala di Malala Yousafzai mi hanno dato tanto. Ferzan parla della sua Istanbul, dove ho vissuto per 6 anni, e i ricordi, un po’ la nostalgia, mi hanno fatto rivivere tutto. Il secondo ci ricorda che anche noi come Malala, che ha 16 anni, possiamo sempre fare del bene.

Hai rappresentato l’Italia viaggiando molto in tournée. Cosa pensi sia l’Italia per un musicista giovane quando, soprattutto all’estero, è vista immobile e vecchia? Forse darò un giudizio controcorrente: l’Italia mi ha dato tanto a livello istituzionale, le opportunità non sono mai piovute dal cielo ma ce le siamo andate a cercare. Va detto però che, oltre ad avere il 50 per cento (alcuni dicono il 60) del patrimonio Unesco mondiale, abbiamo un’ottima rete di istituzioni culturali pubbliche e private all’estero che, per mandato, promuovono la cultura italiana. Il problema non è solo a livello istituzionale ma del popolo: ci stiamo spegnendo.

Sei stato testimonial dell’università che frequenti, la Luiss-Guido Carli di Roma. L’idea è che l’università è fatta soprattutto di persone e talenti che, oltre a dedicarsi ai propri studi, si dedicano a un’attività: musica. letteratura. startup, sport agonistico. Non c’è una ricetta per il talento, se non quella di vivere al massimo le esperienze che essa ci offre, il contesto in cui si nasce e si vive è importante ma contano i passi che si fanno con le gambe. Certo è stato un bell’effetto ritrovarsi la gigantografia nelle grandi di stazioni di Italia.

Hai una formazione musicale classica? Sì, ho iniziato a 9 anni a studiare classica e grazie ai miei maestri  sono entrato in uno spettro di musicisti romantici. A 18 anni mi sono iscritto a musica elettroacustica al Conservatorio.

Chi ti piace ascoltare? Non mi pongo limiti di sorta. ascolto moltissima musica sopratutto quando viaggio. Con Spotify, arrivo ad ascoltare ogni artista che mi viene in mente in un click; adoro le colonne sonore dei film e ascolto musica elettronica.

Cosa suggeriresti agli studenti di musica? Niente piove dal cielo: le occasioni vanno cercate e non bisogna mai sentirsi sazi. Fino ad oggi ho venduto 2.000 album fisici, escluse le vendite digitali, senza nessun contratto discografico. Ma il marketing c’è se la musica è buona.

La tua musica è stata colonna sonora di film: cos’ha ti ha dato questa esperienza? Molto. Musicare un film non è solo suoni e colori: dietro ci sono le storie. È stato così quando ho musicato il documentario sulla vita dell’attivista Vittorio Arrigoni e un documentario sulla strage dei profughi di Lampedusa.

Cosa pensi di X-Factor? Vedere i ragazzi dire «ce l’abbiamo fatta perché siamo in finale» mi fa molto dispiacere, fuori da lì fa molto freddo.

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