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GIANLUCA MARCIANÒ: ORCHESTRA EXCELLENCE, “STRUMENTO” DI DIALOGO TRA CULTURE DIVERSE

«Spero che il nostro progetto diventi un traino e un nuovo stile di comunicazione per tutto il sistema culturale e musicale italiano, per restituire all’Italia quella centralità nella musica che ha avuto e continua a avere storicamente ma non ha più nell’attualità. Sarebbe fantastico se i teenager tornassero a parlare di Puccini e Verdi come accade all’estero: vorrei far avvicinare alla musica classica coloro che mai andrebbero a sentire un concerto. Il target deve essere allargato e onnicomprensivo: nel momento in cui si produce un evento di musica classica, già lo si riduce a una nicchia». Ha le idee chiare il Maestro Gianluca Marcianò, parlando di «Orchestra Excellence», fondata da lui e dal Maestro violinista russo Maxim Novikov.

Da aprile a giugno è stato possibile candidarsi a far parte di questa orchestra internazionale protagonista del festival «Suoni dal Golfo», che a Lerici ha offerto concerti per due settimane in location memorabili e si è appena chiuso con brani di Mendelssohn e Rimsky Korsakov eseguiti sulla spiaggia di San Terenzo. Delle 154 candidature, sono stati selezionati 55 musicisti provenienti da 23 paesi tra cui Russia, Egitto, Giappone, Australia, Corea del sud, Spagna. Marcianò ha debuttato all’Opera Nazionale Croata di Zagabria nel 2007; attualmente è direttore artistico del festival di Al Bustan a Beirut e direttore musicale del Teatro dell’Opera Nazional a Novi Sad, in Serbia. Molto richiesto come direttore d’opera, ha forti legami con i teatri di Oviedo, Vilnius, Minsk, Yerevan e, nel Regno Unito, con English National Opera, Longborough Opera Festival e Grange Park Opera dove ha appena diretto la Tosca per l’inaugurazione del nuovo teatro di Horsley.

 

Domanda. Com’è nato «Suoni dal Golfo»?
Risposta. Ho lasciato Lerici nel 2002, intraprendendo la direzione d’orchestra come professione; oltre a restare legato alle mie origini e alla mia famiglia, ho avuto la fortuna di nascere in un luogo pieno di ispirazione e storia che mi è rimasto nel cuore. Ho cercato di tornarci, anche se non fisicamente ma con idee e apportando valore aggiunto. Soprattutto se si nasce in una piccola città è naturale si debba andare altrove per fare carriera: in tutti questi anni però ho avuto il proposito che un giorno avrei ideato qualcosa. Finora non ero riuscito nel mio intento perché non era una priorità delle amministrazioni che si sono succedute, poco orientate a un progetto ambizioso che riportasse Lerici nella mappa dei luoghi culturali di rilievo per un pubblico internazionale, com’era non solo nel XIX secolo ma anche nel XX grazie a personalità quali Valentino Bompiani e Mario Soldati. La nuova amministrazione invece si è impegnata in tal senso, anche assumendo rischi, e cercando di spostare gli obiettivi della cittadinanza lericina verso questi orizzonti, ad esempio con il rebranding del territorio tramite il marchio «Lerici coast» e con investimenti tesi a incentivare le opportunità turistiche della città. Così, dopo averli contattati un anno fa, ho notato supporto e condivisione di intenti, e nonostante proponessi qualcosa di portata internazionale per Lerici sia il sindaco Leonardo Paoletti sia l’assessore al turismo Luisa Nardone mi hanno confermato il sostegno aprendomi molte porte, ben consapevoli che si tratta di un mio progetto di cui mi assumo la totale responsabilità: il festival è un mio regalo alla città come anche la possibilità per i cittadini di accedere a luoghi spesso preclusi quali Villa Marigola, spesso negata a tanti lericini poiché privata, o Villa Shelley, mai aperta al pubblico.
D. Qual è lo spirito del festival?
R.
Musicisti di oltre 20 nazioni si ritrovano per suonare insieme e lanciare un messaggio di dialogo, di comunione di intenti, di pace attraverso la musica, un linguaggio universale che va oltre la politica anzi, dovrebbe influenzarla: portiamo l’eccellenza internazionale di una generazione nuova, quella che dovrà prendersi la responsabilità di apportare i cambiamenti. Le prove, aperte al pubblico, si sono svolte a Lerici perché l’idea è proprio che l’intera città respiri musica in ogni momento, insieme a workshop e presentazioni su temi di diplomazia e diversità, per vedere in quale modo diverse tradizioni e realtà che si incontrano possono trovare un linguaggio comune, dare un’interpretazione secondo il luogo di provenienza e proporre una soluzione ai problemi che ci affliggono: un incontro di idee, non solo di suoni.
D. Perché questa impostazione?
R.
Oltre a essere un musicista sono laureato in Scienze Politiche e ho lavorato in luoghi teatro di conflitto o vicino ad essi, come ex Jugoslavia, Serbia, Bosnia, Armenia, Georgia o anche Libano, dove a Beirut sono direttore artistico dell’Al Bustan Festival. Attraverso la musica si superano queste differenze ma quando essa finisce e si resta nel dialogo politico tutti i problemi riemergono, perché la musica è l’unico linguaggio che non ha bisogno di traduzione né di tramite, è diretto e non parla solo al cervello ma al cuore toccando alcune corde che normalmente con il solo ragionamento non vengono toccate. Per questo avvengono progetti come l’israelo-palestinese West-Eastern Divan Orchestra di Daniel Baremboim ed Edward Said, la World Peace Orchestra di Valery Gergiev o la 24/04 Orchestra di 140 elementi da me diretta a Yerevan, in Armenia, il 24 aprile del 2015 a commemorare il centesimo anniversario del genocidio armeno, e che Maxim Novikov ha aiutato ad organizzare. In quell’occasione Maxim e io ci siamo conosciuti e abbiamo scoperto i nostri ideali comuni: lì è nata l’Orchestra Excellence. Gli elementi devono essere eccellenti, su questo non può esserci compromesso, ma anche giovani perché sono loro ad aver più bisogno di essere guidati e introdotti appena finiti gli studi. Vogliamo essere lo strumento che permetta di prepararsi per il mondo del lavoro e di risultare vincenti nella ricerca del miglior posto secondo le proprie inclinazioni: musica da camera, orchestra, carriera solistica. Non scegliamo però studenti ma musicisti completi dal punto di vista tecnico oltre che originali, con una scintilla che li distingue dagli altri; a disposizione hanno mentori fantastici che possono aiutarli a diventare responsabili delle proprie scelte. Vorremmo che il festival si espandesse in altri luoghi per essere un progetto internazionale che consenta di viaggiare a chi non può permetterselo e nel luogo di origine possa avere le stesse opportunità di altri, come un carro di Tespi lirico, ossia il teatro itinerante che portava l’opera dove non c’era.
D. Come mai la musica arriva dove non riesce la politica?
R.
La musica è l’unica forma d’arte che riesce a esprimersi come linguaggio universale. Dovunque si vada troviamo una presenza musicale, è impossibile non avere una tradizione musicale nazionale, locale, persino tribale: una possibilità primordiale di comunicazione, prima della parola che invece può creare barriere e ostacoli, se non si parla una lingua o se viene imposta. I trovatori arrivarono dai Paesi arabi attraverso la Spagna e la Francia portando in Europa la poesia in musica tramandata oralmente, unendo nell’ascolto popoli che in realtà si combattevano perché i Mori venivano per conquistare. Il «Premio per le Arti» tributato a Baremboim dal Knesset israeliano in realtà è la musica a riceverlo per aver unito due popoli in contrasto, cosa in cui invece la politica non riesce perché non parla ai cuori e non ritrova i valori e le tradizioni precedenti le divisioni. Non a caso i regimi hanno sempre cercato di controllare la musica a causa del suo potere di comunicazione e quindi di condizionamento, poiché essa permette una gestione dell’ideologia e delle masse. Ora attraverso la musica abbiamo la possibilità di unire anziché dividere, dando un segnale alla politica e questa volta mi auguro si sia meno sordi: unire smettendo di seguire analisi aride che non portano a nulla ma considerando l’individuo come essere umano a sé stante, a prescindere dal luogo di nascita, perché ci sono valori condivisibili in qualunque Stato, che non possono né dovrebbero cambiare da nazione a nazione. La musica trasmette pace e rasserena gli animi; è dinamica e si espande, a differenza di altri arti che sono statiche e non fanno viaggiare il fruitore come avviene con la musica.

D. Come dovrebbe essere l’immagine di un musicista classico in questi tempi che cambiano?
R. Come tutti gli artisti il musicista classico dovrebbe evolvere e adeguarsi ai tempi. La musica classica non è legata a un solo periodo storico ma si adatta ai tempi, come ogni forma d’arte, perché influenzata da ciò che accade intorno. Così dovrebbe fare il musicista classico: capire l’evoluzione del sentire. Come l’essere umano si adatta, in considerazione di tutto ciò che succede con il progresso, così nella percezione ed esecuzione musicali deve esserci quest’intenzione di rinnovamento. Per me «musicista» è la definizione giusta: in questo momento trovo riduttiva qualunque definizione di genere perché la musica è di per sé un linguaggio universale e assoluto che non ha bisogno di distinzioni, e ogni musicista comunica questo messaggio. Con i tempi che cambiano cambia però anche il modo di comunicarlo: uno dei problemi che si incontrano nel genere classico è l’incapacità di coloro che dovrebbero portare questo messaggio a tenere il passo con la modernità, rintanandosi piuttosto in quello che considerano un tempio elitario riservato solo a quei pochi che possono capire e seguono certe regole. Bisogna invece essere portatori di questo messaggio di pace e universalità in modo che veramente tutti possano vederne la bellezza, attualizzandolo e mettendolo a disposizione con gli strumenti che possano farlo capire ma soprattutto apprezzare. La musica va sentita più che capita. L’unico modo per fare questo è trasmetterla nei modi che seguono i tempi che corrono: con Chopin si tenevano concerti in salotto e grazie a Liszt siamo arrivati nella sala da concerto passando quindi dal mero intrattenimento alla prova spettacolare, anche di virtuosismo, per giungere all’intimità della musica del XX secolo che destruttura tutto per analizzare determinati momenti storici, passando alla musica popolare e al folklore che si fondono con la musica cosiddetta più colta, fino alla musica che comunica con l’elettronica, ora parte essenziale del mondo contemporaneo di cui non si può fare a meno. Quindi perché la musica classica non può farne parte? Certo che può. Tutto è nel non porre barriere e non ergersi a paladini anzi, cerchiamo noi musicisti di servire qualcosa di più grande che dobbiamo solo riuscire a comunicare a tutti, trovando il modo più semplice e diretto, perché la musica fa sognare e dà speranza.

D. Cosa pensi dell’Italia e cosa si dovrebbe imparare dall’estero?
R. Molto. Ho esempi concreti: per il festival ho cercato di coinvolgere le istituzioni locali e al Conservatorio di La Spezia ho proposto una partnership per cui, in cambio di strumenti in prestito, 5 studenti spesati di tutto avrebbero fatto parte dell’orchestra lavorando con diplomati e artisti provenienti da istituzioni di spicco nel panorama internazionale, tra cui Royal Academy of Arts e Royal College of Music a Londra o l’Orchestre Symphonique de Montréal, e compositori in residence che hanno creato per noi. Purtroppo la richiesta è stata rifiutata. Lo stesso è stato chiesto a tutti i conservatori italiani: nessuna risposta. Sono rimasto dispiaciuto ma non sorpreso perché purtroppo ho lasciato l’Italia per queste ragioni e così la ritrovo. Molta soddisfazione mi ha dato invece l’adesione degli studenti del liceo musicale di La Spezia, che usufruendo dell’alternanza scuola-lavoro sono entrati in contatto con alcuni aspetti della vita di un musicista quali la partecipazione a un festival, l’organizzazione dello stesso e l’interazione con altri musicisti più grandi ma pur sempre della nuova generazione. Mi fa inoltre sorridere che tra i nostri partner più alti si annovera già dalla prima edizione l’YCAT, Young Classical Artist Trust di Londra, il cui scopo è proprio aiutare i giovani artisti classici di talento ad emergere pertanto trovo ancora più assurda l’assenza del Conservatorio spezzino. Tale delusione mi ha dato però la forza per portare avanti la nostra iniziativa perché ancora di più comprendo che ce n’è bisogno.
D. Chi invece si è prodigato?
R.
Da italiano mi rende fiero che l’associazione italiana Acomus International abbia creduto nel progetto: ciò ha permesso di portare in Italia la proposta, che nasce all’estero e pertanto senza la loro attività sarebbe stata di difficile realizzazione. Inoltre, ha molto creduto in noi Carly Paoli, cantante di fama internazionale, al punto che ci ha onorato accettando di essere madrina del festival. Tra l’altro lei rappresenta la fusione tra la musica che conosciamo tutti come classica e la musica popolare odierna, quello che prima erano le romanze e ora la musica pop d’autore come potrebbero essere i musical, secondo un crossover di stili già evidenziato da Pavarotti e Bocelli. (a cura di GIOSETTA CIUFFA)

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