IL ROBOT CHE VOLEVA SUONARE

DI FLAVIO FABBRI. Una macchina non è una macchina, un robot non è un robot, un uomo non è uomo. Ma tutti suonano, e sognano di diventare musicisti. Robot che suonano e un’opera pensata per automobile e orchestra: ma riusciremo a convivere davvero con il rumore tecnologico, le spigolosità, le superfici metalliche, le densità gassose di scarto della nostra band?

Per l’Orchestra J Futura la musica è prima di tutto immaginazione: una macchina non è una macchina, un robot non è un robot, un uomo non è uomo. Ma tutti suonano. In ogni sperimentazione è presente la possibilità di assaporare a livello multisensoriale una forma di inquietudine, di fastidio, per ciò che non si comprende e non si riesce a tradurre con i tradizionali strumenti cognitivi. La sperimentazione vera, autentica, significativa, deve rompere un equilibrio mentale, sociale, storico, percettivo e sensitivo, portare con sé una rara sapienza sovversiva e avere l’ardire di mostrarsi spudoratamente coraggiosa, anzi arrogante nel suo essere ribelle. Ancora oggi, grazie ad artisti come Dmitri Kourliandski e Suguru Goto, è possibile immergersi in ambienti negativi e rabbiosi. La Biennale di Venezia 2009 ce ne diede la possibilità, ospitando alcune delle più rare performances musicali al limite tra sperimentazione e provocazione, tra avanguardia e creatività: «Il Corpo del suono», un’arca musicale su cui sono saliti 73 compositori da tutto il mondo – Stati Uniti, Giappone, Germania, Svezia, Russia, Norvegia, Grecia, Belgio, Svizzera, Serbia, Cile, Francia, Spagna, Italia – per 87 esecuzioni, con 26 novità di cui 16 assolute, distribuite nell’arco di 9 giorni. Nove puntate di un libro fantastico, fatto di installazioni, incontri, laboratori e convegni, in cui si parla di corpo e di sue estensioni, di ‘body and machine’, di tentativi di fondere le due dimensioni plurime attraverso la comunicazione emotiva, quindi la musica principalmente.

Niente di nuovo, in fin dei conti, se non un ritorno a determinate sensibilità che hanno fatto la storia dell’arte e dell’espressione artistica: futurismo o dadaismo, tanto per iniziare. Due volani culturali epocali che hanno trasportato, con le macchine e con la fantasia, l’essere umano avanti di 100 anni rispetto alla tabella di marcia degli ultimi millenni. Dal momento che la tecnologia ha fatto ingresso nella società degli uomini con essi s’innesca un rapporto indissolubile, fatale, appassionante, moltiplicante potenzialità insite e ignote. Ma questa domanda non se la sono proprio posta i primi pionieri della musica-macchina, del rumore come sinfonia del futuro, della musica concreta od elettronica.

Un primo esempio di estemporaneità espressiva e musicale è la Robot Music di Suguru Goto, eclettico artista giapponese affascinato dalla robotica, dai new media, dalla possibilità di interagire con le macchine e dalla loro improbabile attitudine alla musica e alla lettura delle note. Tant’è che i suoi ‘musicisti artificiali’ si sono cimentati con strumenti percussivi, suggerendo lampi di luce colorata e ritmi stravaganti. Anche i Robot suonano, sentono o si emozionano? Anche loro sognano di diventare dei musicisti? Una cosa è certa secondo Goto, già noto per l’invenzione della ‘body suite’ (tuta digitale per danzatori in grado di produrre musica a partire dai movimenti): la musica delle macchine (fatta dalle e con le macchine) è l’inizio di una nuova forma espressiva del suono, per capacità esecutive infinitamente più grandi delle nostre: «Un giorno presenterò un’intera orchestra di robot che non si stancherà mai di suonare».

Oltre a due computer e un programma musicale che garantisce interazione continua con l’ambiente, è stato il pubblico a dare l’input finale con un ‘click’ del mouse. Un omaggio al genio musicale e all’ardore futurista di Giovanni Russolo forse, ma che non ha convinto fino in fondo il pubblico del teatro. Certo è che presto dovremo abituarci al fatto che le macchine faranno parte integrante della nostra vita, assolutamente più di adesso e in modo decisamente diverso; esse saranno più autonome, interattive e vogliose di comunicare con noi, anche suonando. Riusciremo a convivere davvero con il loro ‘rumore’ tecnologico, con le loro spigolosità, le superfici metalliche, con le loro densità gassose di scarto?

Chi ha avuto la fortuna di assistere all’altra grande performance Emergency Survival Guide, di Dmitri Kourliandski, eseguita in prima assoluta e commissionata proprio dalla Biennale, probabilmente potrebbe dire la sua anche su queste tematiche complesse. Un’opera pensata e realizzata per automobile e orchestra: un Porsche 2000 del 1976 e la meravigliosa Orchestra J Futura. Quale migliore cornice sonora poteva accogliere le opere in programma di Ansgar Beste, Edgar Varése e Georges Antheil, se non il rombo universale di una Porsche accompagnato da clacson, frecce, tergicristalli e luci? Nessun’altra, è ovvio, perché si parla qui di lavori leggendari, come il Ballet mècanique del 1924, pensato per 16 tastiere meccaniche sincronizzate, 2 pianoforti con pianisti dal vivo, percussioni (3 xilofoni, 4 grancasse, 1 gong, incudini), 3 eliche d’aeroplano di dimensione e materiali diversi, 7 campane elettriche e, incredibile per il tempo, il clacson.

Ma c’è anche Hyperprism del 1923 (http://it.wikipedia.org/wiki/Hyperprism), composizione basata sull’idea di scomporre i suoni come il prisma con i colori, isolandone i singoli componenti tra frequenza, durata e intensità. Qualcosa che non fu capita, perché nuova, troppo presto svelata e che per questo ha dovuto pagare lo scotto di un senso comune della melodia vecchio e in crisi: «Non è troppo presto, ma forse troppo tardi», amava affermare tristemente Varése. Dimensioni estreme del pensiero e dell’esecuzione musicale, senza ritegno alcuno, dedicate a spostare in avanti le lancette del tempo, vecchie pratiche e tronfi orgogli neoclassici, ma così intense che solo per un attimo hanno lasciato passare un po’ di luce dal piano orizzontale del futuro. Sonorità ottenute da materiali eterodossi per il panorama classico, come pettini, vetri, polistirolo, campanelli, sirene e motori d’aereo. Gli oggetti ritrovano uno spazio fisico riempiendo uno straordinario teatro cinquecentesco, da cui poi si elevano a musica con un arsenale di inusitati e sorprendenti effetti percettivi.

Qui, tra autentiche aurore boreali sonore, trova posto il gesto nuovo di Kourliandski, la sua «musica oggettiva» e il suo «catastrofismo tecnologico». L’artista russo pensa i musicisti e i loro strumenti come parti di un oggetto monolitico, impegnati a suonare ‘tutti’ dall’inizio alla fine, come un unico meccanismo. Nella sua musica non c’è maestro né esecutori, cè solo un bottone da premere per far partire una macchina in grado di suonare la complessità dell’anima. Concetti difficili e semplici allo stesso tempo.

Oggi viviamo l’era del digitale e della riproduzione infinita di un brano, del premi e scrolla sul mouse, nelle molteplici forme del remastering e delle mixaggio, ma oltre all’aspetto tecnico e tecnologico c’è assolutamente una dimensione spirituale che subisce un’accelerazione eccezionale. Diceva Kourliandski: «Un oggetto trasferito dal mondo materiale allo spazio artistico diventa un’immagine, da vedere o da ascoltare, esattamente come la pipa di Magritte non è assolutamente una pipa». Una macchina non è una macchina, quindi, un robot non è un robot, un uomo non è uomo, ma tutti insieme sono dei suoni e suonano. Un punto di vista non significativamente definitivo, ma segnato dal senso transitorio di una dimensione musicale temporanea e caratterizzata dall’esigenza e dal caso, una ‘situazione’ tipica dell’Orchestra J Futura.

Un compito per molti sicuramente ingrato, ma per tanti altri davvero imperdibile, ricco di bizzarrie filosofiche, tecnologiche, poetiche, musicali e artistiche. Qui si è ritrovata e ha incantato l’Orchestra J Futura, composta da giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni. ‘J’ sta per Jeunesse, Junior, Juventud, ma anche Joy, Jump, Joke, Juego, e rappresenta un modo per rapportarsi al mondo, agli altri e alla vita attraverso un complesso di idee portatrici di grande versatilità stilistica ed esecutiva. Le stesse da cui discende la sensibilità artistica e la caparbietà imprenditoriale di Paola Stelzer, fondatrice dell’Orchestra, accompagnata in quest’avventura dal direttore artistico e co-fondatore Maurizio Dini Ciacci.

‘Futura’, infine, sta proprio per tutto ciò che ancora avremo modo di aspettarci dal mondo della musica ‘colta’ in trasformazione digitale ed espressiva irreversibile.

MUSIC IN 11 > CLASSICA-MENTE

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