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MUSIC ON

IO & PINO DANIELE. DIRIGE L’ORCHESTRA IL M° PEPPE VESSICCHIO

intervista Peppe Vessicchio

A cura di Roberta Mastruzzi

Dalla Napoli degli anni ’70 alle mucche del Wisconsin e il loro latte ricco di calcio. Pochi giorni prima del concerto al Teatro Eliseo con il quale renderà omaggio a Pino Daniele, il M° Peppe Vessicchio ci parla della sua lunga storia d’amore con la musica in tutte le sue sfumature. “Se avessi un’altra vita, continuerei a studiare musica”, confessa. Una storia infinita che parte da un ragazzo testardo che si intrufolava nelle aule del Conservatorio di Napoli per apprendere i segreti dell’armonia e arriva  fino alla scoperta di un legame tanto misterioso quanto assolutamente naturale con l’intero universo che ci circonda.

Il prossimo 8 aprile dirigerà la Saint Louis Pop Orchestra in un concerto tributo a Pino Daniele, con ospite speciale Tullio De Piscopo. Può raccontarci come sarà strutturato il concerto?

Il criterio è lo stesso che ho adottato nel “prototipo” messo in scena a Marsciano (PG) la scorsa estate. Più voci e la partecipazione straordinaria di un musicista di elevato valore, Tullio de Piscopo, collaboratore di Pino, amico e, in questo caso, testimone di una realtà vissuta in prima persona, per omaggiare il talento immenso di un interprete e compositore, a mio modesto avviso, tra i più completi nella storia della canzone italiana. La varietà e la qualità dei suoi materiali costituisce di per sé una impalcatura di sicuro appoggio, comunque si dispongano i pezzi. La musica di Pino soddisfa i palati più disparati e in alcuni casi richiede competenze esecutive tecnico-stilistiche molto elevate, offrendosi così anche come prova didattica molto utile.

Qual è il suo rapporto con Pino Daniele e la sua musica?

Durante questi anni ci siamo visti poche volte. Progettammo un album da fare insieme per un suo pupillo, Joe Barbieri. Poi, come spesso accade, la cosa naufragò. Ci siamo sentiti ogni tanto al telefono per scambiarci auguri di rito o per un confronto sul pensiero musicale. L’ho poi accompagnato alla guida della mia orchestra durante uno show televisivo. Con la sua musica ho avuto sicuramente più occasioni di incontro sia da utente appassionato che da operatore. Pino ha dato voce ad una corrente artistica che sul finire degli anni settanta circolava nella nostra comune città, Napoli. Mario Musella, James Senese, Enzo Avitabile ed altri musicisti già praticavano la “mistura” etno-soul con crescente risultato, ma “Pinotto” è stato quello che ha meglio di tutti coniugato i valori dei linguaggi adoperati arricchendo il tutto con un senso poetico che proietta la sua opera come degna prosecuzione di quella che è universalmente riconosciuta come “canzone classica napoletana”.

Come nasce la collaborazione con Tullio De Piscopo?

Ricordo Tullio da quando guardavo la televisione in bianco e nero! L’ho seguito nella sua carriera professionale come un fan e poi, dopo aver maturato le mie qualità professionali, ho avuto il piacere e l’onore di collaborare con lui più volte. Ha una personalità musicale inconfondibile. Lo riconoscerei tra mille batteristi semplicemente sentendolo eseguire quattro battute di ritmo. È un vero idolo. Anche Pino la pensava così. 

La Saint Louis Pop Orchestra è composta da musicisti professionisti ma anche da giovani allievi della scuola di musica Saint Louis. Come immagina sarà questa esperienza? 

Interessante, utile, bella. Credo nei giovani e credo che vadano “impegnati”. La musica di Pino è una straordinaria occasione per questo scopo. Le parti da eseguire sono molto dettagliate. Questo mette alla prova la capacità di seguire un testo preciso, cioè la lettura, e contemporaneamente offrire il massimo della partecipazione emotiva ed espressiva. Quello che poi fanno i grandi professionisti. Per l’improvvisazione è riservato lo spazio apposito… il resto è stato pensato minuziosamente da chi elabora la materia e se ne assume le responsabilità. In questa circostanza il maestro Filippo D’Allio ed io.

Nella sua biografia “La musica fa crescere i pomodori” racconta di come è riuscito a studiare in Conservatorio da “abusivo autorizzato”, perché i suoi avevano immaginato per lei un altro futuro.

Cosa abbastanza frequente… si fanno progetti per il proprio ruolo operativo nella società, per un lavoro possibilmente sicuro e ben remunerato senza, a volte, tener conto delle proprie naturali propensioni. La mia voglia di musica viaggiava parallela ai miei doveri di studi per diventare architetto. Quando ho capito che non avrei mai esercitato questa professione e che invece sarei corso dietro un gruppo di musicisti, ho pensato bene di dirottare tutte le mie energie sullo studio della musica, in tutta la sua vastità, dalle origini ai giorni nostri. Ringrazio mio padre che mi ha aperto gli occhi, perché io, da cocciuto coerente, continuavo a dibattermi tra le due discipline esaurendo molte forze. Se avessi un’altra vita “bonus”, continuerei a studiare musica perché in una sola non è possibile conoscerla come vorrei. Forse in una terza riaffronterei il gioco armonico degli spazi pieni e dei vuoti.

Può raccontarci quegli anni di formazione? 

Difficili, sudati ma dal sapore forte che persiste ancora.  Niente internet, niente video esplicativi, niente trascrizioni. Questa mancanza di supporti selezionava all’origine coloro che erano tenacemente interessati, obbligandoli a frequentare altri musicisti nella ricerca di risposte ai tanti quesiti. Andavamo dai maestri di alcuni di noi che avevano la fortuna di frequentare il Conservatorio per sottoporre le nostre analisi uditive, per cercare una definizione consona alla musica classica di un passaggio armonico preso, che ne so, da Stan Kenton o da Ellington. Eravamo affamati di sapere. Avevamo imparato ad assaporare il piacere di una conoscenza dopo un’affannosa ricerca. Gli umani sono strani… molto spesso una facilitazione può comportare la disattivazione di specifiche attività. L’esempio più eclatante? Ricordavamo a memoria i numeri telefonici di decine di amici. Oggi demandiamo al telefonino il compito di ricordare tutto e qualcuno fa fatica a tenere a mente addirittura il proprio!

Quali consigli darebbe ai giovani aspiranti musicisti di oggi per diventare veri professionisti e riuscire a vivere di musica?

Di tentare di conoscerla il più possibile. Offre tanti spazi per poterla frequentare e utilizzare in ambito sociale. Non esiste solamente il lavoro sul palco. La musica è presente dappertutto. Bisogna prendere consapevolezza di tutte le vie operative. Io ho scoperto la musicoterapia e le sue vie da una quindicina d’anni. Non si smette mai di apprendere quanto la musica sia presente nel nostro vivere.

Sempre nel suo libro racconta degli effetti positivi della musica sulla crescita delle piante. Come è nata questa sua curiosità e quali legami ha scoperto tra la musica e la natura?

È nata dal bisogno di capire perché le prime volte che ascoltavo la musica ero estasiato senza ancora avere il possesso dei codici linguistici che permettono l’analisi di relativa competenza.

Lo stupore l’ho coltivato approfondendo sempre di più il linguaggio e i suoi lati in empatia con la mia natura. Ma quell’estasi iniziale non era cerebrale, culturale… direi che addirittura possa definirsi “biologica”. Quindi alla lettura che le vacche del Wisconsin producevano più quantità di latte – ed oggi sappiamo anche di maggior qualità – allorquando nelle stalle veniva diffusa una specifica musica, mi fece esultare. Capii che c’era una strada da poter percorrere per dare una risposta al perché dell’estasi che ho vissuto da ragazzo e che tanti vivono attribuendone il valore ad altro. Gli scienziati dicono che un latte più ricco di calcio ci segnala il benessere che le vacche vivevano. Che relazione ha la musica con la natura? Credo che l’arte in genere sia il bisogno che l’uomo ha di rappresentare l’universo naturale al quale appartiene. Forse anche uno strumento per comprenderlo. 

Quali altri “miracoli” riesce a creare la musica?

Unire. 

Direi che ha il potere di una “comunione”. 

Lo strumento di pace più efficace che esista.

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