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MUSIC ON

KUTSO, “CHE EFFETTO FA” ESSERE ORIGINALI?

che effetto fa

di Cristina Febbraio

Perché KuTso? Perché si. Tutti danno bei nomi alla loro band e allora io scelgo uno dei nomi più brutti”. Musica divertente, irriverente e polemica con dinamiche forti e suoni nuovi. Dall’alternative rock ad esiti musicali più elettronici, i KuTso presentano il loro ultimo album Che effetto fa. Impegnati nel tour promozionale dalla stagione estiva, si esibiscono sui palchi di tutta Italia con performance speciali cariche di energia. La data romana è fissata per l’11 gennaio 2019 all’Auditorium Parco della Musica. Li incontriamo al Saint Louis, la scuola di musica romana dove si sono formati come musicisti tre componenti della band, Luca Lepore, Brian Riente e Bernardino Ponzani.

Impegnatissimi nel tour italiano di Che effetto fa. Come procede?

Matteo: Questo tour è una ripartenza perché Bernardino, Brian e Luca Lepore (oggi assente), allievi e insegnanti del Saint Louis, sono una nuova formazione. È una buona rinascita. È stata una scommessa anche vedere cosa succede ai concerti. Sta andando davvero bene.

Una line-up tutta nuova per questo terzo disco: Brian Riente alla chitarra, Luca Lepore al basso e Bernardino Ponzani alla batteria. Com’è lavorare con Matteo? Come avete incontrato la musica dei KuTso?

Bernardino: All’inizio è stato sicuramente traumatico. Molto motivante, soprattutto la fase di preparazione al concerto. Lo dico sempre: Matteo è, oltre che cantante, anche un batterista molto preparato e confrontarsi con lui è stimolante. Poi è una persona molto minuziosa e tutte le cose vengono fatte in maniera maniacale, ripetute in continuazione. Alla fine devo dire che funziona perché il risultato si vede, si sente.

Brian: Matteo non essendo un chitarrista lo è lo stesso! Ormai sono dieci anni che esistono i KuTso, sono vent’anni (Matteo corregge “Venticinque ormai”, ndr) che fa musica e la sua preparazione è a 360°. Quindi non è stato facile neanche per me. All’inizio è sempre traumatico perché devi entrare nel metodo di lavoro di un’altra persona, di un progetto già formato. Una volta entrato nel meccanismo tutto diventa tranquillo! Questi due anni con i KuTso per me sono stati bellissimi: abbiamo fatto dei live e degli show che non avevo mai fatto prima con nessuna band.

L’ultimo album Che effetto fa presenta scelte e soluzioni musicali diverse da quelle precedenti. Il cambiamento ha coinvolto innanzitutto il rapporto fra testo e musica: prima musiche solari e giocose contenevano testi demoralizzanti, mentre ora i motivi musicali sono più malinconici e le parole più concrete. Sembra quasi essere l’opposto.  Perché questa trasformazione?

Matteo: Per questo terzo cd la musica e i testi si sono avvicinati fra di loro. Precedentemente c’era un contrasto netto, un ossimoro voluto. Adesso, invece, la musica è un po’ più malinconica e i testi sono meno elucubrazioni esistenziali e più fotografie di momenti, racconti più concreti.

Il cambiamento è immediatamente riconoscibile anche nel sound della vostra band che in Che effetto fa è ricco di suoni elettronici dal sapore più pop. Un’evoluzione sonora che si manifesta con grande innovazione. È una scelta dovuta alla nuova formazione musicale?

Matteo: La nuova formazione ha un po’ subito questo cambiamento di rotta. Sono tutti entrati mentre io ideavo questa trasformazione. Per esempio Brian è entrato nei KuTso come chitarrista quando la chitarra ha preso tutto un altro ruolo e il trauma di cui parlava prima è stato anche perché fa due lavori in uno: sia il chitarrista che il tastierista. Ho voluto questo cambiamento perché avevo fatto tre dischi in un modo, dove per esempio i ritornelli si aprivano tutti con muri di chitarre. Per Che effetto fa ho voluto sperimentare nuove soluzioni, un’innovazione dettata dalla volontà di conoscenza.

Per voi, Brian e Bernardino, è stato complicato adeguarvi a questa scelta?

Brian: Non avendo lavorato ai dischi precedenti per me è stato tutto nuovo. Nel disco ci sono molti sintetizzatori, suoni elettronici prodotti dalle tastiere e non avendo il tastierista abbiamo dovuto studiare con Matteo delle soluzioni per riprodurre questi suoni nei live. C’è stato un bel lavoro di preparazione al concerto: abbiamo fatto le chiuse per mesi per ricreare tutti i suoni presenti nel disco fatti in studio con le tastiere. Quello è stato un lavoro bello tosto. Poi a fine corsa, adesso che vediamo i risultati, posso dirti che i live sono bellissimi.

Matteo: Abbiamo rispolverato la chitarra midi in un momento in cui gli anni ’80 sono tornati di moda. Abbiamo ripreso l’aspetto musicale più complicato, perché la sensibilità che si ha sulle corde è diversa, è necessario fare molta attenzione. È stato un meccanismo non soltanto di ricerca del suono, ma anche di tecnica fisica. Se una persona viene al nostro concerto e guarda solo Brian nota subito che il suo è un ballo, una coreografia. Il midi non è come un pedale analogico che, anche se schiacciato una frazione di secondo dopo, viene poi corretto dal distorsore. Se sbagli, sbagli una battuta intera. Quindi devi essere preciso, una macchina, tutto incastrato al millesimo. È tutto un lavoro fisico, bello e interessante.

Bernardino: Infatti Matteo prima di iniziare fa riscaldamento: corsetta e flessioni.

Una volta hai dichiarato: “Sul palco faccio quello che facevo a dieci anni sul letto quando si fa finta di cantare”. Nei concerti andate avanti per un’ora e quaranta senza interruzioni. Davvero spettacoli spettacolari carichi di energia. Palchi importanti, come per esempio quello del Teatro Ariston a Sanremo, hanno ospitato performance dei KuTso. Com’è coniugare quest’aspetto estroso della band con forme di “obbligo” legate a circostanze di produzione più istituzionali?

Matteo: Quando avevo dieci anni c’era già stato Michael Jackson, Iggy Pop, c’erano già stati i Nirvana, il punk, il jazz… Tutte queste cose insieme hanno creato il mio carattere musicale. Quindi nel concerto dei KuTso cerco di costruire la stessa geometria che c’era in quello di Michael Jackson. Se vedi che una cosa funziona in un determinato momento è esattamente così che va ripetuta, altrimenti perde il suo effetto. È tutto uno studio preciso e volto a creare spettacolo, perché chi fa un concerto si sta esibendo e non può prescindere da chi ha davanti. Mi piace costruire, ma mi piace anche la sensazione che hai quando vai a vedere un concerto e pensi di assistere ad un cosa che succederà solo lì. Quindi mischio queste due cose. In più ho sempre bisogno di creare un ponte con il mio pubblico e in base a dove sto decido anche quale registro linguistico avere. Cioè, se è una situazione molto ufficiale allora lo sarò anche io, se è tutto più sciolto esce fuori il romanesco e le parolacce! È un lavoro particolare perché è un concerto costruito, ma sempre fluido che si modella in base al posto e alla gente che ho davanti. E per questo è più difficile anche per i musicisti della band.

Bernardino: Ogni cosa deve accadere in un preciso momento e questo è il risultato che è stato più difficile da ottenere e che abbiamo raggiunto completamente grazie a questo tour di Che effetto fa.

È una sintonia quella che si crea tra di voi…

Matteo: Certo, una sintonia che si crea perché si cerca. Una cosa che mi piace molto in questo gruppo è che tutto si imposta in maniera molto meticolosa, rigorosa: registriamo ogni live e da una meta all’altra, nel furgone, riascoltiamo il concerto e apportiamo delle modifiche laddove crediamo che ce ne sia bisogno. A me piace fare così! Non so se è una cosa vincente, ma penso che sia bello e costruttivo. L’ultima cosa che stiamo affinando, per esempio, è la pausa tra un pezzo e l’altro, calcolata in maniera precisa e ti assicuro che non è facile!

Matteo ha creato i Kutso e ne rappresenta la storia. Voi Brian Riente e Bernardino Ponzani, come anche Luca Lepore, siete necessariamente coordinati dalla sua mente creativa. Cosa pensate delle sue scelte?

Matteo: Prima che loro ti rispondano voglio precisare una cosa. Questo gruppo ha una direzione e non voglio fare tutto io, ma prima di fare le cose tutti insieme voglio capire dove stiamo andando. Tante volte Brian, Bernardino e anche Luca collaborano al momento creativo e mi sottolineano delle cose di loro spontanea volontà.

Bernardino: Proprio durante i viaggi in furgone, dove riascoltiamo i concerti, si creano momenti di confronto. È ovvio che essendo Matteo il leader del Kutso sa bene quello che succede all’interno di questo gruppo ed è l’unico che ne conosce le dinamiche vincenti in cui noi stiamo pian piano entrando. La verità è che poi le cose funzionano bene, quindi significa che c’è poco da dire!

Matteo: È una band alla Foo Fighters: se ci togli Dave Grohl non sono più i Foo Fighters!

In che genere musicale vi classifichereste?

Bernardino: Ti racconto la mia esperienza. Quando sono entrato nei KuTso ho pensato che fosse super rock! Poi abbiamo lavorato a Che effetto fa e ho trovato un progetto musicale elettronico, genere completamente diverso. In realtà l’approccio è rock, nonostante i synth.

Che tipo di musica ha ispirato la scrittura di Che effetto fa?

Matteo: Ho scritto la canzone Che effetto fa dopo aver ascoltato Stormi di Io sono un cane. Questo pezzo mi ha ispirato il mood musicalmente parlando.

Dietro a tutto il progetto del disco Che effetto fa che musica c’è?

Matteo: Volevo mescolare tutte le cose che mi piacciono. C’è tanto groove, quello nero anni ’70. Quindi batteria e basso sono bene incastrate insieme, la chitarra dà colore e fa tutti gli interventi di abbellimento e i synth fanno la massa sonora. Ho cercato di semplificare le voci e ho pure detto: “Basta strillare”, ma poi non ce l’ho fatta. Anche per questo disco ci vuole un impegno vocale pazzesco.

E tu, Matteo, come hai imparato a cantare?

Matteo: Quando avevo sette/otto anni ascoltavo i dischi di mia madre e ho iniziato a canticchiare e a suonare la batteria. Ascoltavo Deep Purple e De Andrè, il blues con Elvis Presley e i Beatles. Poi a quattordici anni ho iniziato ad ascoltare la musica del mio periodo: Nirvana, Guns N’ Roses, Metallica, Sex Pistols. Dai tredici ai diciannove anni, tutti i giorni, tornavo da scuola e almeno un paio d’ore cantavo sui dischi degli Iron Maiden. Cantavo e mi registravo per sentire realmente qual era la mia voce. Così ho imparato a cantare! Da lì sono passato alle cantanti come Sarah Vaughan, Nina Simone, Billy Holiday. Ho conosciuto la musica a dischi, non a canzoni. Il disco Shangò di Santana con il cantante pazzesco John Ligertwood mi ha insegnato a cantare. Anche l’unico disco di mio padre è stato fondamentale: Senza orario senza bandiera dei New Trolls, dove c’è Nico Di Palo che ha una voce meravigliosa. A me piacciono le voci cariche di espressività.

kutso al saint louis

La vostra musica è divertente, irriverente e provocatoria, come il nome che avete dato al gruppo. Da dove è nata l’idea di essere KuTso?

Matteo: Io ho uno spirito iconoclasta, polemico e quindi tendo a fare esattamente il contrario di quello che mi viene detto. Tutti danno bei nomi alla loro band e allora io scelgo uno dei nomi più brutti. All’inizio ero indeciso fra KuTso e addirittura un nome di sole consonanti. Questo mio carattere ovviamente c’è nei testi che scrivo. Non mi piacciono giri di parole e credo poi che non sia così diffuso il linguaggio molto diretto, si cerca sempre l’allegoria.

È quello a cui siamo abituati: il linguaggio della canzone è linguaggio poetico ricco di figure retoriche…

Matteo: Questa è un’idea romantica della canzone, legata al linguaggio dell’ottocento. Per me è stantia e quindi la rifiuto. Io mi ispiro alle letture che ho fatto del neorealismo e ai libri degli anni ‘70: se leggi Tondelli c’è poco da immaginare e sembra tutto un’oscenità. Quello che mi ispira è la poesia di Dino Campana e di Pasolini: il recupero di un linguaggio di sincerità.

Dal 2011, anno di nascita dei KuTso con l’uscita dell’Ep Aiutatemi, fino a questo 2018, anno di uscita del terzo cd Che effetto fa, avete fatto tante cose: resident band in Bring The Noise su Italia uno l’anno scorso, il secondo album Musica per persone sensibili prodotto da Alex Britti due anni fa, vincitori del Premio RTL 102.5 con Elisa, per citarne alcune. Come sono nate queste importanti collaborazioni?

Matteo: Io sono un grande diplomatico e per portare avanti questo tipo di collaborazioni devi essere uno stratega, un venditore. Con Alex Britti c’è un’amicizia storica, le nostre famiglie si conoscono da tempo. Mia madre ha fatto incontrare il giovane Alex con Roberto Ciotti che lo introdusse al Big Mama e da lì iniziò la sua carriera. Sanremo è stato il coronamento di quest’amicizia ventennale. Per tutto il resto si tratta di agire al momento giusto con le persone giuste!

Ti va di raccontare un’esperienza emozionante vissuta sul palco?

Matteo: Mi piace molto sentire e vedere la partecipazione del pubblico. Ricordo la seconda volta che abbiamo suonato sul palco di San Giovanni a Roma al concerto del primo maggio dove sulla canzone “Io rosico” ho chiesto al pubblico di cantare con me. Quando vedi 100.000 persone che partecipano alla tua musica e cantano una tua canzone è davvero un’emozione forte. Una cosa simile è successa a Rock In Roma nel 2014, dove eravamo in apertura del concerto di Caparezza. C’erano 6.000 persone che si divertivano con me. Queste sono le cose che mi emozionano.

Prima parlavi di direzione. Dove siete diretti? Quali sono i vostri prossimi obiettivi?

Matteo: Stiamo cercando di ottenere il massimo. È un lavoro lungo e per certi versi complicato. Veniamo dalla scena Indie, dove ognuno è abituato a stare per conto suo. Vale la pena cavalcare il percorso ufficiale, quello televisivo e radiofonico, solo se hai un interesse concreto davanti a te. Con questo disco stiamo guadagnando terreno piano piano e stiamo ottenendo sempre più attenzione. Ero partito molto demoralizzato, poi concerto dopo concerto, like dopo like, visualizzazioni su visualizzazioni, mi sembra che un percorso si stia delineando. A me piacerebbe arrivare in posti sempre più grandi e riempirli facendo sold out!

 

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