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MUSIC ON

MIRKOEILCANE, UN CANTAUTORE IN VIAGGIO

intervista a mirkoeilcane

di CRISTINA FEBBRAIO

La maggior parte delle canzoni che scrivo corrispondono a dei viaggi. Andare da un’altra parte, scoprire e vivere una realtà nuova è una cosa che mi ispira”. E questa volta il viaggio è stato fra i suoi ricordi. Con ironia e semplicità, Mirkoeilcane si racconta al Saint Louis, che ha frequentato nella sua Roma, città natale dei suoi cantautori preferiti. L’ex allievo Mirko Mancini a scuola ha conosciuto Alessandro “Duccio” Luccioli, Francesco Luzzio e Domenico Labanca, amici con cui collabora e condivide una carriera sempre più promettente. Ed essendo iniziato tutto qui, siamo sicuri che a noi la svelerà della storia del cane…

 intervista a Mirkoeilcane

In molte delle interviste rilasciate durante il festival di Sanremo hai dichiarato di aver scelto per l’Ariston “Stiamo Tutti Bene” perché il testo, la musica, l’intera composizione rappresentano al meglio la tua arte, il tuo modo di scrivere, di fare ed essere musica. Hai quindi deciso di presentarti con un testo non molto “sanremese”, sperando che la tua arte arrivasse e coinvolgesse il pubblico. Numerosi i premi vinti. Nel 2016 il tuo primo album figurava fra le cinquanta opere prime candidate al Premio Tenco. Quest’anno la vittoria con “Stiamo tutti bene” come miglior canzone singola, un importante riconoscimento votato da una giuria composta da giornalisti, esperti e critici musicali, premiazione avvenuta durante la 42° rassegna della Canzone d’Autore appena conclusa. Un Cantautore a tutti gli effetti! Come ti senti in merito? 

La premessa è giusta, non invento nulla dicendo che “Stiamo Tutti Bene” non sia un testo sanremese, è abbastanza lontano dagli stereotipi dell’Ariston anche a livello di arrangiamento e di struttura della canzone. A tutti gli effetti è un brano che non ha ritornello, quindi è evidente che c’è qualche cosa che non va. La vittoria della Targa Tenco come miglior canzone singola è una grande soddisfazione, al di là del premio in sé. È una conferma verso me stesso del fatto che il percorso che ho scelto di fare evita tante scorciatoie, quali ospitate in tv o concertoni e festival a cui prendono parte altri tipi di artisti che fanno un altro tipo di musica. Vincere un premio del genere è qualcosa che dimostra che il percorso scelto da me insieme con i miei collaboratori funziona, o quanto meno è giusto.

“Stiamo Tutti Bene” è una canzone particolare: un testo molto forte e un argomento molto delicato. Da dove è nata l’idea?

È nata da una chiacchierata con un ragazzo che conoscevo di vista. Lavorava, e credo lavori ancora, in un locale di Roma che frequentavo spesso. Conoscendo il suo entusiasmo, mai avrei detto che pochissimo tempo prima lui fosse arrivato qui in una maniera così rocambolesca, una maniera che poi tutti noi conosciamo, che non spiego io ora perché lo fanno già abbastanza i telegiornali. E lui, in una sera di quelle in cui c’era poca gente e si stava più tranquilli, mentre ero lì fuori dal locale a fumare una sigaretta si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi della sua storia. Ad oggi racconto tutto questo con leggerezza, ma ricordo ancora la sensazione di ghiaccio che ho sentito dentro di me quella sera. Quando una persona che conosci ti racconta per filo e per segno la sua vicenda, come stava seduto e cosa succedeva a chi gli stava intorno, è sicuramente diverso rispetto alla notizia del telegiornale… insomma non ci vuole molta sensibilità per sentirsi colpito da un racconto del genere. Sicuramente poi ognuno ha il proprio modo di esorcizzare le sensazioni spiacevoli. La mia maniera è stata quella di correre a casa, prendere il quaderno e iniziare a scrivere musica. Ovviamente togliendo tanti dettagli che era meglio non raccontare.

Parli spesso di questa tua canzone come racconto di un viaggio, cercando di svincolare l’argomento da qualsiasi chiave di lettura politica. È il racconto del viaggio di Mario…

È una questione di ruolo: la musica, la canzone, il cantautore e tutti questi stereotipi non hanno una funzione politica, se non in alcuni casi che risalgono a quarant’anni fa. Mi viene in mente Guccini o qualcosa di vicino a lui. È sicuramente una funzione che l’artista sceglie di avere se la sua attenzione è tutta rivolta a un tipo di tematica politicante. Io non ne so abbastanza per potermi mettere a fare politica, quindi mi piace parlare di quello che ritengo di conoscere, quello che vedo nelle persone e i loro comportamenti.

Tutto ciò che tocca la tua sensibilità insomma…

Esatto! Non mi perdo nei discorsi qualunquisti. Mi piace parlare dell’umanità della questione: anche il fatto di non definire bene il personaggio era atto a riportare la vicenda per com’era successa, senza parlare del colore della pelle di Mario che potrebbe anche essere originario di Afragola! “Stiamo Tutti Bene” non racconta neanche dove va Mario, dove è diretto, racconta solo il suo viaggio. Potrebbe essere ambientato negli anni ’20 quando noi italiani partivamo per gli Stati Uniti. Ovviamente nel periodo in cui c’è stata la manifestazione tutti hanno associato la canzone alle problematiche contemporanee, ma non era assolutamente quello il mio obiettivo. 

Sono in molti a sostenere che la vera musica italiana, quella di Dalla, De Gregori, Guccini, Vecchioni, quella dei lontani anni 70-80, quella delle belle canzoni ricche di sostanza e sentimenti non esista più. Cosa pensi della musica contemporanea in Italia? Quali sono gli artisti che ascolti di più?

Sul contemporaneo ho qualche difficoltà, non per banalizzare o fare il nostalgico. Sicuramente se mi chiedi “chi ascolti su Spotify?” ti rispondo De Gregori, poi da lì svago in altre digressioni. La mia attenzione è sempre stata rivolta a questo tipo di cantautori, o meglio a quei cantautori che danno un peso alle parole nella canzone. Che poi quasi inevitabilmente quando c’è un contenuto di testo e di parole fatte bene, scritte bene, pensate bene, la musica è sicuramente di eguale fattura. Si crea un livello tale per cui anche se gli accordi sono semplici, anche se non c’è la “super scala” tutto fila come deve. È una canzone e la forma canzone è qualcosa che deve essere anche vagamente semplice. Se mi chiedi dei nomi moderni mi limito ad appoggiarmi a qualcosa di romano: Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Max Gazzè. Però, ecco, se devo andare ad ascoltare qualcosa che mi fa rilassare, pensare, riflettere, vado sempre su qualcosa di un po’ più ”datato”. Questo per quanto riguarda ovviamente gli artisti italiani, perché poi, se posso essere del tutto sincero, mi farei tatuare addosso la faccia di Paul McCartney.

Quindi Roma…

Roma si, perché poi è anche vero che si va un po’ a simpatia, in termini di vicinanza. I temi trattati da questi autori romani sono molto più vicini alla mia esperienza.

Emerge molto nella tua musica il tuo essere romano, tant’è che canti anche in dialetto. Quanto sei legato e influenzato dalla tua città?

Sono molto arrabbiato per il fatto di essere nato.a Roma… quasi mi sono rovinato la bella sorpresa di scoprirla. La conosco molto bene, sono uno che passeggia e sono sempre stato molto curioso. Conosco tanti posti e tante particolarità. Quindi c’è nelle mie canzoni e anche il mio dialetto è inevitabile. Quantomeno a Roma è vero che c’è di tutto, succede di tutto… arte, delinquenza, immigrazione.

Potrebbe essere definito come luogo da cui prendi ispirazione per le tematiche affrontate nei tuoi testi?

Sicuramente è un luogo da cui prendo ispirazione, ma non ti nego che la maggior parte delle canzoni che scrivo corrispondono a dei viaggi. Andare da un’altra parte, scoprire e vivere una realtà nuova è una cosa che mi ispira. Poi tornare, magari qui, e rendermi conto di alcune cose rispetto a quelle che ho visto in un altro posto mi dà l’occasione di scrivere un’altra canzone su quello che c’è a Roma.

intervista a mirkoeilcane al saint louis

A Roma hai studiato al Saint Louis. Che percorso hai fatto? Raccontaci un po’ i tuoi ricordi…

Ho tanti ricordi. Esserci tornato oggi mi piace tantissimo. Qui è il primo posto in cui ufficialmente ho conosciuto persone che avevano la mia stessa passione. Poi nel percorso ti rendi anche conto di quanto sia grande la tua voglia di imparare perché conosci chi fa finta di averla, chi magari è stato spinto dai genitori e chi invece, come me, è venuto perché ci crede davvero. Il mio percorso di studi è stato molto attento anche nello scegliere un insegnante piuttosto che un altro. È vero pure che in questa scuola si hanno tante possibilità: puoi diventare il più tecnico dei jazzisti oppure la rock star più assoluta.

Quanti anni avevi quando hai iniziato?

Eh, avevo 21 anni, ero molto più prestante di adesso…. Era il momento giusto. So che ora il percorso di studi è aperto anche a chi inizia da zero, ma quando io ho frequentato il Saint Louis era necessario avere delle conoscenze e delle competenze musicali per potersi iscrivere. Il fatto di esserci arrivato preparato mi ha aiutato molto.

Quanto ti senti diverso rispetto a quando studiavi qui?

Mi sento vecchio! No scherzo… è semplicemente una questione di esperienze. Però no, non mi sento così tanto cambiato. Delle volte penso di poter rimanere a suonare la chitarra tutta la notte, come se avessi ancora 19 anni, ma non lo posso più fare! Sento che quello che ho fatto fino ad ora è servito a qualcosa e spero che rimanendo su questo binario possa arrivare sempre più lontano.

“Whisky per favore. Manuale su come distruggersi la vita con le donne e con la musica”. Fabrizio Fabrizi e il suo amico Mirkoeilcane gli infelici protagonisti. Hai altri libri nel cassetto? È in progetto un’altra pubblicazione? 

La psicologa mi ha detto di no! In effetti quello è stato un periodaccio. È stata una valida alternativa alla psicoanalisi e ho pensato di sfogarmi scrivendo un libro. Non ho neanche il coraggio di definirlo tale. Io poi sono appassionato di lettura e se paragono il mio a qualsiasi altro libro che ho letto mi viene da ridere. È una canzone un po’ più lunga del solito. In effetti il titolo è quello di un brano del primo disco che evidentemente non mi ha dato molta soddisfazione e sfogo, tanto da doverlo ampliare in altre 200 pagine di libro. Non so se ce ne sarà un altro, un libro è un lavoro piuttosto lungo che richiede molto tempo da poter dedicare alla scrittura. Il mio mondo è sicuramente quello delle canzoni.

Quali sono i tuoi progetti musicali futuri? Quando il terzo CD?

Ho chiaro il progetto del terzo CD. Parlo al singolare, ma in realtà è un lavoro di squadra. Io mi occupo di scrivere le canzoni, ne ho una marea. Ma a differenza di quanto ho fatto nei dischi precedenti in cui mi sono piazzato davanti al computer e ho arrangiato singolarmente ogni strumento, per il terzo CD ho scelto di avvalermi delle capacità dei miei “compagni di viaggio”, conosciuti qui al Saint Louis. Parlo di Alessandro “Duccio” Luccioli, Francesco Luzzio e Domenico Labanca che, prima di essere i musicisti con cui suono e con cui giro l’Italia, sono anche gli amici che sento tutti i giorni. Per questo nuovo progetto mi sono limitato a registrare dei provini chitarra e voce e ho chiesto loro di contribuire con le proprie idee originali…. Tanto, se non dovessero andare bene, le cancello e ci penso io!

Curiosità! So che non lo dici a nessuno, ma ci proviamo lo stesso. Perché Mirkoeilcane?

Non te lo posso dire, non l’ho detto neanche a mamma. Non è niente di così divertente, ma per me è importante mantenere il segreto! Prima di andare vorrei ricordare e salutare Frenzy (Francesca Castellano, NdR), una persona conosciuta qui al Saint Louis di cui conservo un ottimo ricordo e che purtroppo ci ha lasciato poco tempo fa: ha insegnato a tutti noi studenti il rispetto per la musica e non solo.

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