NICOLA COSTA, “THE WRONG BLUES”. INTERVISTA

Di Milazzo (1968), suona la chitarra da quando aveva 10 anni, blues, rock, jazz elettrico. Il 31 ottobre 2014 ha pubblicato un nuovo album dal titolo “The Wrong Blues”, che tanto sbagliato poi non è.

Domanda. Chi è Nicola Costa?
Risposta.
La mia storia inizia nel modo più comune – un ragazzino che parte, chitarra in spalla, in cerca di uno spazio in cui farsi ascoltare e ascoltare musica live, che non uscisse solo dalle casse di un vecchio stereo. Quel sogno molto comune in parte si è realizzato, dandomi grosse soddisfazioni, in parte è cresciuto insieme a quel ragazzino ed è diventato qualcosa su cui sto ancora lavorando.

D. Professionista da anni impegnati in numerosi ed importanti progetti. Come mai l’idea di un progetto solista?
R.
Quando hai qualcosa da dire, non puoi farlo con la voce di un altro. È vero che collaborare con grandi nomi della musica è stimolante, ma ad essere stimolato è anche il bisogno di esprimermi col mio linguaggio. Così è nato il primo album “Electric Roots”, nel 2007 e così anche questo secondo, “The Wrong Blues”. Per quanto mi riguarda, musica non è solo suonare: è prima di tutto un atto creativo.

D. Come avviene la nascita di un tuo brano?
R.
Di solito ogni brano nasce da una cellula musicale, un’idea nuova o ripescata dal cestino del computer, che diventa il tema del pezzo. Il resto lo fanno le mani. Poi, a seconda dei casi, lo sviluppo può restare fedele al tema o diventare altro dall’idea iniziale.

D. In un lavoro di brani fondamentalmente strumentali, come fai a dare un titolo alle composizioni?
R.
Il fatto che un brano strumentale non abbia il testo, non lo rende meno comprensibile di una canzone. Anzi, lo arricchisce di significati, tanti quante sono le persone che lo ascoltano. Dare un titolo al pezzo è il modo migliore di spiegarlo a me stesso.

D. Cosa troviamo “80 miles ago”?
R.
’80 Miles Ago’ c’era il cielo della California visto da un aereo. Ora sono molto più di ottanta.

D. Qual è il “wrong blues”?
R.
Il ‘Wrong Blues’ è quello che suono normalmente, un peccato veniale che mi concedo. Conoscere le regole per infrangerle. È come passare il dito sulla polvere di una tradizione musicale, ma con rispetto, sapendo che è proprio la polvere a fare il fascino di quel genere.

D. Qual è il brano in cui ti senti più rappresentato in questo momento?
R.
Riprendendo la risposta di prima, The Wrong Blues. Non solo come pezzo, ma anche come titolo.

D. Quanto c’è di scritto e quanto c’è di improvvisato nel CD?
R.
Non ci sono dosi precise. Vado a occhio. Ma senza mettere mano all’orologio, direi che scrittura e improvvisazione sono protagoniste allo stesso modo nel disco. Sono figlie della stessa testa, con la differenza che una è destinata a rimanere nel tempo, l’altra appartiene al momento in cui la esegui.

D. Il brano che ti è più gustato lavorare?
R.
Tutti allo stesso modo, senza discriminazioni, per ragioni diverse.

D. Andiamo un po’ sul tecnico. Qual è la strumentazione che usi nel disco?
R. Ho usato un bel po’ di roba – ampli Fargen Blackbird, Suhr Badger 18, Fender Super Reverb del ’64 e una testata Marshall JTM45/100 del ’66. Le chitarre sono una Fender Stratocaster del ’69, una del ’72, Gibson 335 del ’67, Supro Dual Tone del ’58 e una Silvertone del ’61. Come pedali ho usato un Maxon SD9, Berkos FX Third Stone Fuzz, Chicago Iron Octavia, Teese Wah e un Roger Mayer Voodoo Vibe.

D. Con chi hai collaborato nella realizzazione del CD?
R.
Ho avuto il piacere di collaborare con alcuni dei migliori musicisti italiani – Maurizio Dei Lazzaretti, Puccio Panettieri ed Emanuele Smimmo alla batteria, Mario Guarini, Massimo Pizzale e Andrea Rosatelli al basso, Ettore Gentile e Salvatore Mufale alle tastiere, Pierpaolo Bisogno alle percussioni e vibrafono. Il disco è stato mixato e masterizzato a Los Angeles da John Paterno, ingegnere del suono di artisti del calibro di Robben Ford, Steve Gadd Band, Mike Landau, Los Lobos ecc.

D. In che direzione va il progetto? Esibizioni dal vivo?
R. Spero di poter fare diversi concerti. Il disco è anche un pretesto per suonare dal vivo. È in programma a breve una presentazione dell’album e un tour in Aprile.

D. Perché ascoltare o acquistare il CD?
R.
Innanzi tutto perché, pur essendo il disco di un chitarrista, non è solo per chitarristi, ma per chiunque apprezzi le composizioni strumentali. In secondo luogo perché è stato registrato alla “vecchia”, cioè tutti insieme nella live room dello studio, dove puoi sentire l’interplay tra i musicisti. Questo è un plus fondamentale in dischi del genere, che si è perso con l’avvento dell’Home Recording, dove chiunque può registrare un brano da solo in camera da letto. Inoltre c’è una cura particolare del suono, data dall’uso di strumenti vintage e consoles analogiche. Musicalmente il disco è un viaggio che parte dal blues e, passando attraverso il jazz/rock, arriva a quello che potrei definire il mio stile.

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